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Mio
Generale,
una mattina dello scorso agosto seppi ch'Ella era a Udine, dal colonnello
Moizo (1) che sul campo della Comina assisteva alla partenza del mio
apparecchio per uno dei molti bombardamenti eseguiti durante l'offensiva.
Dopo il servizio, chiesi l'onore d'essere da Lei ricevuto; ma Ella era già
partita alla volta di Milano. E rimasi col rammarico di non averLe potuto
raccontare a viva voce tutte le pratiche da me fatte intorno al
soggetto
del
precedente colloquio.
Non mancai di chiedere al Comando licenza d'intraprendere la
serie di articoli - coraggiosi ed esatti - sulla crisi grave della nostra
Aviazione e su la necessità di redimerla e di costituirla in attività
indipendente. La risposta non fu netta. Si temeva di urtare gli « enti
interessati ». Inoltre il sen. Alb. (2), da prima favorevole alla cosa,
dichiarò di avere incontrato più di una opposizione tra i suoi prossimi
stessi, nella Milano produttrice.
M'è difficile scrivere di materia tanto delicata; ma non
dispero di poterLe parlare prossimamente.
Il Comando lasciò e lascia sospesa la questione, dichiarando
che per ora convenga attendere senza tentare azioni o pressioni decisive.
Intanto il disagio continua, e ne abbiamo ogni giorno gli
effetti manifesti.
Io ho preso servizio nella prima squadra da bombardamento; e
ho condotto il 4° gruppo a Pola e a tutti i bombardamenti delle linee
nemiche.
La condotta dei nostri bombardieri aerei è ammirabile. Tutti
hanno lavorato con una precisione e con un fervore esemplare. E’ la prima
volta che si alza verso la nostra aviazione la lode universale; e il nostro
Capo deve esser fiero d'aver saputo adunare e animare questa forza
improvvisa.
Ella forse sa che
da
due anni
io sogno di portare su Vienna l'ala d'Italia. Già or è due anni, ebbi da S.
E. il generale Cadorna il consentimento, subordinato alla possibilità
tecnica
di compiere il lungo volo.
Mi pareva che non vi potesse essere un'ora più propizia; e
osai chiedere che il consentimento mi fosse confermato e l'ordine mi fosse
dato.
Sua Eccellenza non soltanto a voce ma per lettera mi
dichiarava:
« Comprendo il generoso ardore che la sospinge a insistere per tradurre il
Suo sogno di due anni fa, in realtà. Non è minore in me il desiderio per
questo come per ogni ardimento che affermi sul nemico la nostra
superiorità nell’osare e nel volere... ».
Io avevo già attrezzato un 450 HP pel lungo volo, con un gran
serbatoio supplementare; ed ero sicuro, per esperienze già compiute, di
poter eseguire l'impresa.
Nondimeno mi fu posta come
«
conditio sine qua non
»
una esperienza definitiva: nove ore di volo consecutive. Feci lo sforzo, con
tutto il mio equipaggio, nella sicurezza di ottenere in conseguenza l'ordine
di partire. Accludo la breve relazione ufficiale.
Avrei potuto restare in aria 10 ore e 40', avendo ancora nei
serbatoi 135 litri di benzina, ma non volli troppo affaticare i miei piloti
credendo di poter partire la sera seguente per Vienna, secondo quel che era
stato fermamente convenuto.
Pur contro tutte le avversità del vento e della foschia,
l'apparecchio fece una mirabile prova. Dopo la nona ora, i tre motori
serbavano un tono pieno e vigoroso, con un accordo stupendo.
Il giorno dopo, venne infatti l'ordine di tenermi pronto. I
messaggi erano stampati in 10.000 esemplari, e i pacchi erano avvolti
ingegnosamente. L'apparecchio era sempre in condizione perfetta.
Non so dirLe il mio stupore e il mio dolore quando -
all'improvviso - giunse il divieto ingiustificato « su parere negativo
dell'ufficio d'aeronautica ! ».
Si domandava all'ufficio un parere tecnico, poiché il
consentimento di S. E. il Capo di Stato Maggiore era esplicito, com'Ella ha
visto dal brano di lettera trascritto.
Il volo di nove ore troncava ogni esitazione e ogni dubbio.
Ella sa quanto sia difficile conoscere la verità vera, in
questi casi.
Il « tecnico competente » non ha potuto non dichiarare che l'esperimento era
decisivo; ma ha poi vagamente accennato a ragioni « sentimentali » !
Ah, perchè non era a Udine un capo ardito e generoso come il
generale Marieni ?
Se il divieto era consigliato da ragioni che io non debbo
discutere, bisognava porlo fin da principio, per risparmiare a un uomo non
indegno una passione e un lavoro inutili di dieci giorni.
Mi perdoni se oso esporLe questo caso con dolorosa sincerità,
e accludere i documenti pel diritto giudizio.
Non si comprende perchè la direzione dei servizi aeronautici
presso il Comando Supremo abbia voluto stroncare l'ala che si
disponeva ad affermare sul nemico - secondo le parole del generale Cadorna -
« la nostra superiorità nell'osare e nel volere ».
Mi accordi, mio Generale, in considerazione della mia buona
volontà indefessa, la Sua protezione.
Le offro il messaggio che ho firmato per Lei con una parola
di proposito e di speranza:
« Donec ad metam ».
Le domando anche un piccolo dono.
Per alfine abolire il grido barbarico « Hip ! Hip ! Hip !
Urrah ! », una notte d'agosto - attendendo l'ora di partire per Pola,
accanto all'apparecchio caricato di bombe - trovai all'improvviso il nuovo
grido di guerra e di convito, che è pur l'antichissimo della gente
mediterranea.
Balzando sul carro di battaglia e sferzando i cavalli verso
la morte, Achille gridò
l’Alalà.
L'intonatore grida tre volte
eia, che è l'interiezione incitativa - greca e latina - resa a
noi aurea dall'« Eia age.. . » vergiliano.
Questo grido noi lo gridammo sopra il nemico, a Pola, il 9 di
agosto, lanciata l'ultima bomba, spento il motore, scendendo a vol librato
tra le barriere di fuoco, tutti diritti in piedi nelle carlinghe forate.
« Eia ! Eia ! Eia !
Alalà ! ».
Ora io Le domando di trascrivere di Suo pugno le quattro
parole nella cartolina che accompagna le altre. S. E. il generale Cadorna
ebbe la bontà di aderire al mio desiderio. L'una e l'altra cartolina noi le
incastreremo nelle pale di un'elica scheggiata nei recenti combattimenti, e
sospenderemo l'elica - con la duplice consacrazione - su la parete della
nostra Mensa, alla Comina.
Non voglia negarmi questo dono.
Profondamente La ringrazio, e novamente Le offro l'intera mia
devozione.
Gabriele d'Annunzio
Pordenone, 11 settembre 1917.
I miei due piloti - il Capitano Pagliano e il Tenente Gori -
due giovani di notissimo valore, proposti per due medaglie d'argento,
esperti, audaci e calmi, chiedono di passare al pilotaggio del
S. I. A 9 B.
Voglia accordare a questi due miei compagni questa grazia.
E mi perdoni anche una volta !
G. d'A.
NOTE
(aggiunte dalla rivista POLITICA
che per prima pubblicò queste lettere di D'Annunzio)
1) Il colonnello Riccardo Moizo, uno de'
primi aviatori italiani, aveva da capitano partecipato alla guerra
di Libia insieme col capitano Piazza, coi
tenenti Cattaneo, Ruggerone, Rossi, ecc.: tutti
pionieri audaci
e prodi, come lui, dell'aeronautica nostra.
Poi, durante la Grande Guerra, fu
collaboratore del gen.
Marieni alla Direzione dell'aviazione militare
italiana. Attualmente, generale di corpo d'armata,
comanda l'Arma dei RR.
Carabinieri.
2) Si tratta evidentemente del sen. Luigi Albertini, allora direttore del
Corriere della Sera, la cui
proprietà apparteneva fin dai tempi di Luigi
Torelli-Viollier alla ditta cotoniera dei
Crespi, milanesi. |